
Da tanti, troppi anni il mondo della scuola subisce riforme che non la mettono in condizione di svolgere il ruolo che la Costituzione le attribuisce.
In questo scenario, la riforma degli istituti tecnici ci preoccupa, soprattutto se pensiamo alla scuola del futuro ed alle ragazze ed ai ragazzi che diventeranno le cittadine ed i cittadini del domani.
Ad oggi, la FLC CGIL è rimasta l’unica organizzazione sindacale in stato di agitazione: negli istituti tecnici, abbiamo proclamato lo sciopero generale lo scorso 7 maggio e proseguiremo la mobilitazione con il blocco delle attività aggiuntive a partire dal prossimo 22 maggio.
Il motivo della nostra protesta è semplice: non condividiamo le ragioni alla base della riforma né ci rassicurano le parole ascoltate ai tavoli sulle criticità che abbiamo evidenziato.
Questa riforma strizza l’occhio ad un’idea di scuola che, erroneamente, avevamo considerato superata: una scuola che seleziona già al termine delle scuole secondarie di primo grado mettendo i licei da una parte, gli istituti professionali dall’altra e lasciando gli istituti tecnici in un fastidioso limbo.
Cosa accadrà agli istituti tecnici, a partire dal prossimo anno scolastico?
Il primo dato di realtà è una riduzione del monte orario dedicato alla didattica.
Ridurre le ore di scuola significa, in prima battuta, programmare una minore qualità dell’insegnamento. E significa tagliare i posti di lavoro: in molte scuole, soprattutto quando la riforma entrerà a pieno regime, potrebbe esplodere il fenomeno delle e dei docenti perdenti posti: insegnanti che vengono espulse ed espulsi dalla scuola dove prestano il servizio per andare a fare la o il tappabuchi in un altro istituto dove dovesse esserci un posto disponibile. L’introduzione di una quota oraria da gestire in autonomia da ciascun istituto non garantisce il mantenimento del livello occupazionale: nei primi anni, sarà probabilmente possibile trovare un accordo ed un compromesso. Ma, nel medio periodo, la coperta si rivelerà troppo corta e la gestione dell’orario dell’autonomia rischierà di trasformarsi in una guerra tra poveri: colleghe e colleghi che si contenderanno un’ora in più di autonomia per mantenere la propria cattedra.
È importante che le scuole siano integrate nei territori e che ne siano parte attiva. Tuttavia, una scuola che appalta una parte del suo ruolo educativo e formativo alle aziende rischia di diventare una scuola localistica e non più nazionale, inoltre si aprono problematiche legate al rischio di privatizzazioni di una istituzione pubblica, con tutto ciò che ne consegue. Vediamo il pericolo di avere la scuola dell’autonomia differenziata quando, però, l’autonomia differenziata è stata sostanzialmente bocciata dalla Corte costituzionale.
Non siamo convinti dall’eccessiva specializzazione del primo biennio. Anticipare la professionalizzazione al primo ed al secondo anno di scuola superiore di secondo grado rischia di compromettere la “passerella” tra i vari istituti per ri-orientare studentesse e studenti che capiscono di aver fatto una scelta sbagliata. In questo senso, anticipare la Formazione Scuola Lavoro al secondo anno può complicare il cambio di istituto, con possibili ripercussioni psicologiche sullo stato di salute di ragazze e ragazzi “prigionieri” di una scuola che non sentono loro.
La riforma, poi, lascia inevasa una domanda: al termine dell’istituto tecnico sarà ancora possibile iscriversi all’università? Ossia, il titolo di studio oggi riconosciuto in tutto il territorio nazionale, avrà la stessa validità anche per questi corsi locali? Il rischio di distruggere l’universalità del titolo conseguito è ben più di un’ipotesi.
Vi è, infine, un’ultima questione rilevante: lo scorso gennaio, quando le ragazze ed i ragazzi hanno formalizzato l’iscrizione al primo anno della scuola secondaria di secondo grado, la scelta è stata fatta sulla base di un quadro orario che, a pochi mesi di distanza, non esiste più. Riteniamo sia un tradimento del patto formativo tra la scuola e le famiglie, figlio dell’incomprensibile volontà del governo di accelerare i tempi di adozione della riforma.
Anche da qui nasce la nostra richiesta di – come minimo – rinviare all’anno scolastico 2027 – 2028 l’ingresso in vigore della riforma.
Tra pochi giorni le cittadine ed i cittadini di Imola saranno chiamati alle urne per il rinnovo del consiglio comunale.
La scuola è uno dei pilastri sui quali è costruita la nostra società. Ferme restando le competenze comunali in questa materia (certamente minori di quelle regionali e nazionali) ci rivolgiamo alla candidata Sindaca ed ai candidati Sindaci per avere il loro punto di vista su quanto sta accadendo.
La scuola non è soltanto di chi la fa e di chi la abita: insegnanti, educatrici, educatori, personale ATA, dirigenti, studentesse e studenti. La scuola è, prima ancora, un bene comune da tutelare e di cui prendersi cura.
Un gruppo di docenti della scuola media superiore
Davide Baroncini – Segretario Flc Cgil Imola
