Fusione degli Ospedali

Come Cgil di Imola rimaniamo esterrefatti dalle affermazioni dell’Assessore Venturi nell’Agenzia DIRE, il quale, a margine di una conferenza stampa, intervenendo sul tema della fusione tra Ospedale Sant’Orsola e Maggiore, recentemente proposto dal Sindaco di Bologna Merola, ha affermato che “l’idea è da percorrere con convinzione” ma che tuttavia “se i clinici non vorranno, non si farà”.

E poi, più oltre, ha ancor meglio precisato che il progetto, per concretizzarsi, non può essere calato dall’alto, bensì vedere la luce “attraverso il parere dei clinici, non della politica”.

Si tratta, com’è evidente, di un vero è proprio stravolgimento della logica che sta alla base della costituzione del SSN nel 1978 (Legge 833) che nasce con un fondamentale caposaldo: quello di garantire una forte corrispondenza tra programmazione dei servizi e bisogni reali dei cittadini (rappresentati sia dagli amministratori democraticamente eletti – sindaci, assessori regionali – sia dalle rappresentanze sindacali).

Anche con la successiva legislazione (DLGS 502/1992; 517/1993), che ha comportato l’aziendalizzazione e la regionalizzazione della Sanità, mai è stato messo in discussione tale principio, che è anzi stato rinsaldato con la terza riforma del SSN (Legge n. 229 del 1999), la quale ha riequilibrato i rapporti di forza tra amministratori locali e management, e tra Comuni e Regione, nella direzione di riaffidare alle municipalità un ruolo importante, se non decisivo, nell’ambito della cosidetta governance del sistema, esercitata all’interno delle CTSS e dei Comitati di Distretto.

Non si tratta di negare un ruolo ai clinici (cioè ai medici … ma … ci sia consentito un inciso: solo ad essi ???) come attori fondamentali nella erogazione e nella qualificazione dei servizi.

Si tratta di ribadire una distinzione netta di ruolo (e davvero non credevamo di dover intervenire su una questione tanto scontata) tra politica sanitaria, programmazione dei servizi, da un lato, e scelte tecnico-professionali, dall’altro.

Da questo punto di vista, le dichiarazioni di Venturi di adesso, che fanno seguito a quelle di Merola, quando valorizzano questo progetto come il massimo della innovazione, contengono davvero in sé un tratto surreale e persino grottesco, specie perché intervengono nel corso di una fase tutta volta ad elaborare il nuovo Piano Sociale e Sanitario Regionale, tutto concentrato a ricostruire un legame forte tra cittadini e servizi, entro una logica di condivisione di nuove strategie condivise e di un nuovo patto per la salute.

Nuovo Piano Sociale e Sanitario 2017-2019 che, tra l’altro, non fa menzione di alcuna ipotesi di fusione degli ospedali in città metropolitana, ma sostiene la tendenza a forme di integrazione in rete degli ospedali metropolitani.

In questi anni si è sempre discusso di un modello sanitario diverso da quello che viene proposto ora con questo progetto, che introduce, di fatto, separazione tra l’ospedale e il territorio. L’obiettivo affermato è sempre stato quello di una forte integrazione di ogni territorio con il proprio ospedale di riferimento, per tutte le condizioni patologiche comuni e prevalenti, al fine di garantire continuità e sistematicità delle cure, presa in carico delle persone, contrasto ai ricoveri inappropriati e ai re-ricoveri.

Qui si sta tornando indietro.

Dire, infine, che si tratta un progetto che incrocia il sentire diffuso dei professionisti perché “se lo ha proposto il Sindaco di Bologna, si vede che lo ha percepito” e l’ultima perla di una argomentazione su cui non ci pare necessario spendere altre parole.

Troviamo imbarazzante che l’Assessore Venturi, che rappresenta la parte politica e quindi i cittadini della regione e che sponsorizza questo progetto, dichiari di averne discusso “dal basso” senza aver minimamente coinvolto le organizzazioni sindacali che rappresentano i cittadini e tutti i professionisti della sanità senza distinzione di ruolo.

Quanto poi alla specifica questione che più direttamente riguarda l’autonomia della organizzazione della sanità imolese, non ci pare affatto secondario e corretto il metodo che porta a formulare una proposta di tale portata, secondo cui “la fusione non si deve ridurre solo tra il Policlinico Sant’Orsola e Ospedale Maggiore, ma è un’idea che va allargata anche ad Imola”, senza aver sentito prima la necessità di avviare un confronto con questo territorio, sia con la parte istituzionale che, dalle dichiarazioni sulla stampa, sembra non essere d’accordo come noi sul modello proposto, sia con le organizzazioni sindacali.

Siamo in attesa dell’incontro richiesto al sindaco di Imola ma allo stesso tempo, come Cgil Imola stiamo predisponendo nel territorio un calendario di assemblee aperte ai cittadini, come luogo di discussione, informazione, raccolta di opinioni e problematiche ma anche di consigli che possono migliorare la nostra sanità imolese. Perché la sanità è di tutti!

Imola, 29 aprile 2017 Mirella Collina

Segretaria Confederale Cgil Imola