Primo Maggio a Portella, Cgil Cisl Uil ripartono dalle radici

Cgil, Cisl e Uil ripartono dalle radici del sindacalismo italiano. Ripartono da Portella della Ginestra, dove 70 anni fa, il primo maggio del 1947, gli uomini di Salvatore Giuliano spararono sui contadini, i lavoratori e le loro famiglie. Ripartono da quella strage voluta dal latifondo, dalla mafia, per fermare la redistribuzione delle terre, le riforme, lo sviluppo, l’avanzata del lavoro nel dopoguerra. Ripartono non da una sconfitta, ma dalle battaglie e dai sacrifici di quegli uomini e di quelle donne, dalle radici appunto, che parlano anche al presente e al futuro del mondo del lavoro italiano.

Il corteo dei sindacati, guidato da Susanna Camusso (Cgil), Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil), dopo aver raggiunto la spianata di Portella della Ginestra, ha reso omaggio alle vittime dell’eccidio con una corona di alloro posata sul Sasso di Barbato che commemora la strage. C’erano almeno 10mila persone. Poi gli interventi dei delegati e dei leader sindacali, che hanno tutti commemorato le vittime del 1947, ma legandole con forza alle battaglie di oggi, alla centralità del lavoro, alla richiesta di riforme che mettano al centro l’occupazione dei giovani, il rilancio del Mezzogiorno, la riforma fiscale e la redistribuzione, il rinnovo dei contratti nel pubblico impiego, la lotta al neoliberismo e all’austerità, e il rilancio di una nuova Europa dei popoli e non dei populismi.

Gli interventi dal palco
“Settant’anni fa da quel luogo spararono su contadini, lavoratori, donne e bambini. Erano banditi e mafiosi, volevano bloccare un processo economico e di sviluppo della nostra isola. A distanza di 70 anni non sono cambiate molto le cose. Aspettiamo sempre lo sviluppo del Mezzogiorno, delle nostre terre, e più generale dell’Europa”. Così Carmelo Barbagallo nel suo intervento.

“Pochi giorni dopo l’approvazione dell’articolo 1 della Costituzione (che fonda sul lavoro la repubblica italiana, ndr) ci fu la strage di Portella”, dice Barbagallo e ricorda i morti sul lavoro di oggi: “In situazioni e condizioni diverse oggi si continua a morire a causa del lavoro”. Inoltre il segretario Uil invita a “mettere in sicurezza i territori del Paese”: basterebbe questo a “ridare lavoro non solo all’edilizia ma a tutto l’indotto, e per dare lavoro sicuro ai nostri giovani”. Ma “non deve morire nessuno di lavoro, questo è il disegno unitario che rilanciamo da Portella. Non si deve morire per gli attacchi della mafia, delle politiche liberiste, e nemmeno sul lavoro”.

 

Barbagallo ha chiesto al governo e alle imprese di terminare la politica dei bonus: “Basta bonus che un giorno ci sono e il giorno dopo spariscono, i nostri giovani non sono un flipper” con cui giocare, ha detto. “Ci vogliono stabilità e certezze. E poi investimenti in strutture materiali e immateriali. Investimenti in innovazione e ricerca, altrimenti il Paese non supera la crisi”.

L’appello del segretario Uil è stato poi quello di “ridare potere d’acquisto ai lavoratori e ai pensionati perché si inneschi un meccanismo di sviluppo credibile. Il 70% delle nostre imprese lavorano per il mercato interno – ha ricordato -, ma se non ci sono i soldi, andranno in crisi”. “Non possono esserci in questo periodo solo trattative per ristrutturazione. Il primo licenziamento collettivo è stato con Almaviva, ora ci riprovano con Alitalia: devono smetterla di fare gli ipocriti – ha detto il leader Uil -, ci diano la possibilità di controllare cosa stanno facendo”.

Per Barbagallo “salari e stipendi devono crescere, per i nostri giovani e i nostri figli. Dobbiamo dare speranze di un’Europa migliore ai nostri giovani”. Infine un appello unitario ai sindacati: “Dobbiamo fare un’iniziativa unitaria al più presto per quanto riguarda il fisco del nostro Paese. Ci sono 111 miliardi di evasione fiscale. Basterebbero per tornare ai livelli europei, per pagare il debito pubblico. Serve una grande iniziativa per un fisco giusto”. Anche per questo (e per riaprire la stagione dei contratti nel pubblico impiego, e per continuare a cambiare la legge Fornero) “abbiamo bisogno di un nuovo patto federativo unitario. Perché – conclude Barbagallo – con l’unità possiamo sconfiggere tutti coloro che cercano di abbatterci sul lavoro”.

Anche Annamaria Furlan ha ricordato “i duemila braccianti, mezzadri, minatori, donne e bambini, artigiani, che marciavano nella bellezza della terra siciliana” il primo maggio di 70 anni fa: “Cantavano la dignità e l’orgoglio di essere lavoratori e l’appartenenza a un movimento che festeggiava il ritorno del Primo maggio (abolito dal fascismo, ndr). Festeggiavano la vittoria del blocco del popolo che aveva avuto un terzo dei rappresentanti all’Assemblea siciliana. Festeggiavano la svolta con la distribuzione delle terre incolte ai contadini”. E, ricorda Furlan, “le prime raffiche furono scambiate per fuochi d’artificio”.

“Quel primo maggio del ’47 – prosegue il segretario della Cisl – per ogni lavoratore e sindacalista è diventato un simbolo scolpito nelle nostre memorie e nei nostri cuori, simbolo di riscatto, di fratellanza, del faticoso e inarrestabile avanzare della storia verso orizzonti di civiltà. Il sindacalismo italiano è tornato qua, nel luogo che custodisce le nostre radici. Quel mondo ci appartiene, alimenta la nostra passione, dà soddisfazione alle nostre conquiste”.

Ma quelle lotte sono ancora vive e necessarie ancora oggi, per il movimento sindacale. Così, spiega chiaramente Furlan dal palco di Portella, “chi dice che il sindacato è inutile, è contro il lavoro. “Non mancano partiti e leader emergenti (M5S su tutti, ndr) che invitano i lavoratori a sbarazzarsi dei sindacati, li invitano a tutelarsi da soli, e promettono loro fantomatici redditi di cittadinanza che li tuteleranno tutta la vita anche senza lavorare, ben sapendo che sono irrealizzabili”. “Politici ostili al lavoro e ai lavoratori – prosegue Furlan – che si tutelano non con una carità ma con un reddito di inclusione che derivi dal lavoro, perché solo questa è dignità”. Ma per la leader Cisl “non esistono lavoratori da un lato e sindacati dall’altro. Cancellare il sindacato significa illudere i lavoratori”.

Furlan ha poi proposto un grande patto sociale con cui ridare centralità al lavoro e una riforma fiscale che reintroduca l’equità persa da finanziarie con i proventi della lotta all’evasione e alla corruzione. “Serve un grande patto sociale tra tutti gli attori sociali e politici del Paese per rimettere all’ordine del giorno la questione che interessa tutti, il lavoro. Perché il lavoro significa libertà, eguaglianza, solidarietà e coesione sociale”, ha detto. E poi la riforma fiscale per lavoratori e pensionati: “Serve trovare risorse, certo. Ma ogni anno 150 miliardi spariscono tra evasione fiscale e contributiva e più di 50 miliardi vanno in fumo per la corruzione e la mancanza legalità. E’ qui che ci sono le risorse per il lavoro, lo sviluppo, la riforma del fisco e un welfare universale”.

“Il sindacato confederale – ha detto Furlan -, ha mantenuto il suo radicamento, la sua forza anche durante la crisi peggiore del nostro Paese. Dobbiamo andare avanti, ripartire dalle nostre radici. Abbiamo sconfitto i latifondisti, le bande criminali che organizzarono la strage” di Portella. Ma “il nemico oggi è tutto impersonale, è molto più potente. E’ la strategia predatoria del profitto di breve termine. Tutto e subito. Il commercio, il mercato globale deregolato ha portato più fame nel mondo”. Per questo “abbiamo bisogno di regole che creino diritti di cittadinanza, vogliamo costruire una nuova Europa, altro che uscire dall’Europa” come vorrebbero certi demagoghi, ha detto Furlan. “Abbiamo bisogno di più Europa, ma dell’Europa sociale, dei popoli, che agisce perché il lavoro sia il vero collante tra le persone. Vogliamo costruire gli Stati Uniti d’Europa. Vogliamo l’Europa del lavoro e della dignità, dei diritti di cittadinanza”, ha concluso.

Susanna Camusso ha esordito ricordando “quelle pallottole” che colpirono i manifestanti di Portella, “come le pallottole della lunga scia di omicidi di dirigenti e sindacali che guidavano l’occupazione delle terre in questa regione, uccisi da una mafia che si opponeva alla redistribuzione delle terre”. “Di quella strage – rileva il segretario Cgil – ancora oggi conosciamo la verità storica, ma non abbiamo avuto giustizia”.

 

“Non si cancella con le pallottole la fame, la libertà e la dignità di lottare. Per questo il Primo maggio 1948 in tantissimi tornarono qui a manifestare. Continuarono nella lotta per la terra. Non si piegarono. Sapevano di sfidare la mafia e un sistema di poteri in un clima politico ben diverso, che produce illegalità e corruzione e uccide lo sviluppo”. Ma quella stagione di violenza, ricorda Camusso, “ha permesso l’allargamento delle disuguaglianze, e ha ampliato il baratro tra Nord e Sud del nostro paese”. Un divario “sempre più evidente”.

Camusso ha poi ricordato le “analogie” tra i tempi di Portella e la corruzione ed evasione fiscale di oggi: “Le regole non certe, il subappalto diffuso, il non rispetto del contratto sono le forme con cui si proteggono sistemi che sfruttano e dequalificano il lavoro”. Per questo – prosegue – “noi torniamo in questa Piana perché bisogna stare con chi è sfruttato. Il Sasso (di Barbato, ndr) e le lapidi ci ricordano i sacrifici, ma ci ammoniscono anche che i diritti non sono dati una volta per tutte, che bisogna riconquistare sempre nuovi diritti. E non siamo in un’epoca che difende il lavoro”.

“Nel nostro Paese l’iscrizione al sindacato è libera e volontaria e questa libertà è un fondamento della nostra democrazia. Chiunque voglia limitarla ha in realtà pulsioni totalitarie”, prosegue Camusso nel suo intervento. Di fronte al no dei lavoratori “compaiono quelli che teorizzano che non serve l’organizzazione sindacale. Saranno una nuova forza politica – ha detto Camusso – ma non hanno nulla di originale. La disintermediazione è già stata teorizzata da tempo da coloro che dicono che siamo tutti sulla stessa barca, ma i costi li devono pagare solo i lavoratori. E’ la stessa idea di chi toglie i diritti sui licenziamenti – prosegue Camusso – e racconta che i lavoratori e l’imprenditore sono la stessa cosa, che uno vale uno. E’ vero in condizione di parità. Uno vale uno nel suffragio universale, ma uno che dà lavoro determinerà sempre rapporti di forza a suo favore su quelli che non possono coalizzarsi”.

“La nostra libertà, la Costituzione, la nostra democrazia repubblicana, sono state conquistate da quelle scelte, dal loro sacrificio, dal loro coraggio, dalla loro determinazione”, ha detto Camusso riferendosi alle lotte sociali e sindacali di 70 anni fa in Sicilia. “Con la liberazione abbiamo conquistato il suffragio universale. Ogni giorno sentiamo, leggiamo di sentenze dall’alto delle posizioni finanziarie che bisognerebbe dare il voto solo quando si vota come vorrebbero, perché se non votano come vorrebbero, direbbe Brecht, bisogna cambiare il popolo. Così non si interrogano sulle ragioni del disagio, sugli effetti di diseguaglianza della finanziarizzazione. Si invita a teorizzarlo anche su temi sindacali. Quando c’è il dissenso non ci si interroga sulle sue ragioni, si attacca il sindacato che non dovrebbe far votare i lavoratori. Ci sono invece delle responsabilità che sono delle imprese”, cui non si può rispondere dando le colpe ai lavoratori.

Il leader Cgil lancia poi un appello: “Basta piangere sulle risorse che non ci sono: si possono tassare le grandi ricchezze. E quando si dice no alla patrimoniale si piangono solo lacrime di coccodrillo”. Camusso torna quindi a sollecitare un intervento fiscale sui grandi patrimoni per lanciare un piano straordinario contro la disoccupazione giovanile. “Le risorse ci sarebbero – aggiunge – se la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale fossero davvero una priorità politica. E basta anche con le risorse sparpagliate nei rivoli del consenso delle varie amministrazioni. Queste sono le risorse che servono”.

“Noi non ci rassegniamo – conclude -, e rialziamo le nostre bandiere della pace, perché in troppi stanno scherzando col destino del mondo”.

LA GIORNATA
I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo hanno aperto le celebrazioni del Primo Maggio deponendo una corona al cimitero di Piana degli Albanesi (Palermo), dove sono sepolte le vittime dell’eccidio di Portella della Ginestra, nei 70 anni dalla strage. Davanti alla cappella, dove sono state raccolte le vittime dell’eccidio, una piccola folla di amministratori, sindacalisti e cittadini ha partecipato a un breve momento di preghiera. Poi sono stati letti i nomi delle vittime e un carabiniere ha suonato con la tromba “Il silenzio”.

 

E’ la prima tappa di una giornata che le confederazioni sindacali hanno deciso di celebrare a Portella, Il primo maggio 1947 Salvatore Giuliano e la sua banda spararono sulla folla accorsa a Portella della Ginestra per la festa dei lavoratori provocando la morte di undici contadini e il ferimento di decine di altre persone (le cifre oscillano tra trenta e sessanta). Fu la prima strage dell’Italia repubblicana, ed è rimasta impunita. Il corteo dei sindacati è quindi partito dalla Casa del Popolo di Piana degli Albanesi in direzione della Casa del Partigiano. Da qui la celebrazione si sposterà a Portella della Ginestra sul Memoriale della strage, dove sono previsti gli interventi di delegate e delegati e i discorsi dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. “Siamo qui per ricordare un eccidio rimasto senza giustizia e per dire che oggi l’emergenza è il lavoro per i giovani”. Così Camusso ai microfoni di rassegna.it. E’ questa – aggiunge il segretario generale – la risposta del sindacato a  “tutti coloro che immaginano si possa sviluppare e organizzare un Paese senza partire dalla centralità del lavoro”. “Settanta anni fa la strage di Portella della Ginestra segnò il tentativo delle classi dirigenti di allora di fermare il lavoro, la distribuzione delle terre, di affermare la subalternità dei lavoratori – ha detto Camusso -. Non bisogna dimenticarlo perché è troppo facile costruire una narrazione in cui le responsabilità delle imprese diventano responsabilità dei lavoratori. Questa giornata serve per rimettere in cima il lavoro e la dignità delle persone”.
I sindacati sono necessari come e più di prima, perché in una società così frammentata e piena di problemi serve unità, bisogna stare assieme”. Così il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, in un’intervista al Fatto Quotidiano. La decisione sui voucher, aggiunge, “non la leggo come una sconfitta dell’esecutivo, ma come un nostro grande risultato. Per la prima volta da molto tempo a questa parte, abbiamo rimesso il lavoro al centro dell’agenda politica”. Per Camusso  “quanto successo sui voucher dimostra che si è mosso qualcosa di importante nella società. La gente non è più rassegnata alla flessibilità, e non percepisce più la precarietà come un dato acquisito. E’ finita una lunga stagione di sfiducia”.