“A casa non si torna” al Corto Imola Festival, mercoledì 5 dicembre

Maria Tarozzi, capocantiere alla Cesi

La XIX edizione del Corto Imola Festival si aprirà mercoledì 5 dicembre con un evento fortemente radicato sul territorio. Grazie al rinnovo della partnership con Picaro Film e alla collaborazione con la Cgil di Imola, sarà presentato a Imola per la prima volta il documentario di Lara Rongoni e Giangiacomo De Stefano, “A casa non si torna: storie di donne che svolgono lavori maschili”, prodotto da Sonne Film e finanziato dalla Film Commission Emilia Romagna e con il contributo, tra gli altri, di Cgil Emilia Romagna, Cgil Imola e Fondazione Argentina Bonetti Altobelli.

Protagoniste del documentario anche molte lavoratrici di aziende e associazioni del territorio imolese e dintorni, come Cesi, Cims, Coop Adriatica, Omsa, Comune di Imola, Koale, Il Germoglio, Geas, Hera, Il giardino dei sapori, Trama di Terre e la squadra femminile Rugby Imola.

L’iniziativa si terrà al ridotto del Teatro Ebe Stignani di Imola, alle ore 21. Saranno presenti gli autori, Anna Salfi della segreteria regionale Cgil, Elisabetta Marchetti, segretaria generale Cgil Imola, e alcune protagoniste del documentario.

Franca Rame presta la sua voce in apertura e chiusura del film, tracciando una riflessione sul processo di emancipazione femminile dall’800 fino ai giorni nostri. Un mosaico di esperienze, di oggi e di ieri, che racconta le difficoltà ma anche le speranze del vivere quotidiano delle donne in una società disegnata da uomini.

«A casa non si torna» racconta la vita quotidiana di donne che svolgono lavori considerati maschili o comunque duri. «La capocantiere, la camionista, l’elettricista e tanti altri ritratti di donne sul posto di lavoro – osservano gli autori – testimoniano le difficoltà ma anche l’orgoglio della propria condizione: personaggi positivi, vitali, pieni di ironia. I sentimenti, le paure e gli affetti traspaiono durante tutto il racconto in maniera naturale, non trasformandosi in esibizionismo e neanche in autocommiserazione, ma al contrario ci permettono di capire come queste donne affrontino la vita».